Sono indubbiamente fortunato. Sono a Beirut probabilmente nel momento migliore degli ultimi suoi due anni di storia; forse anche più di due anni. Quando me lo fanno notare rispondo che è la storia dell’opensource: noi portiamo la calma, giochiamo sul velluto.
Parlo molto coi colleghi italiani che sono qui da tempo e con quelli libanesi che ci vivono da sempre. Perchè la Beirut che vedo oggi (ripeto, fortunatamente) maschera le cicatrici con una vita assolutamente incredibile e forse inaspettata. Downtown, il centro della città, è isola pedonale e raccoglie migliaia di persone in pochissime vie, tutte le sere, che sembra di stare a Via Condotti il sabato pomeriggio. Sembra impossibile che solo due mesi fa, lo stesso posto, le stesse vie, fossero presidiate dai soldati, sorvegliate dall’accampamento Hezbollah in Martyrs’ Square, protette da filo spinato. Negozi, ristoranti, discoteche, locali chiusi al pubblico, saracinesche abbassate. E ti immagini tutto quel rumore, quando ci passi, trasformarsi nel silenzio di una città fantasma. Fai una fatica immane.




















