L’avventura si è chiusa ormai da qualche giorno. Il lavoro in BDL è stato importante per me e quello che mi resta è un’esperienza umana e professionale impagabile. I racconti di questo mio viaggio in medio oriente, pubblicati a mozzichi e bocconi su queste pagine sono stati letti da un bel po’ di persone, ne sono seguite domande, sensazioni, da parte di alcuni addirittura qualche complimento che mi acchiappo con piacere ma che non era certo il motivo per cui avevo deciso di scrivere.
Ci sono situazioni che sono o diventano importanti per una miriade di fattori. In una difficilissima chiacchierata in inglese, al 961 di Gemmayze a Beirut, una settimana fa, ho fatto un po’ la voce fuori dal coro, ammettendo candidamente e fermamente che non mi sento per niente “animale” nei miei comportamenti umani. Credo che in qualche maniera il bisogno di scrivere su queste pagine e l’interesse di chi legge, mi dia ragione. E credo anche che tutto quello che ho raccontato, se fosse accaduto fuori dai rapporti umani che ho la presunzione di essere riuscito ad instaurare, sarebbe stato poca cosa se non niente.
Ed è per questo che, prima di ogni altra parola, ho la necessità di strizzare l’occhio alle persone che ho incontrato in questa fetta di vita durata 28 giorni: Fabio, Pierpaolo, Alberto di Wedjaa, Bashir, Marwan e Tony di Quantech e, “last but not least”, il nostro Marinelli. Ci ho diviso un bel po’ di cose che non si leggono assolutamente solo “lavoro” e ho scoperto che ne è valsa la pena.
Domenica mattina a momenti perdevo l’aereo di ritorno e mi sono chiesto se tutto ciò volesse dire qualcosa. La sveglia ha mancato il suo appuntamento e a presentarsi, invece, è stata la prima luce dell’alba che avrei dovuto vedere dall’aereoporto e che, invece, mi ha sorpreso ancora a letto. Ma forse accorgersi di aver dormito due ore di troppo e acchiappare al volo il volo per casa è stata la degna coda di questo mese fuori dagli schemi. E d’altronde penso pure che può succedere se decidi di investire l’ultimo tuo giorno in Medio Oriente per visitare Damasco.
Da Beirut arrivi nella capitale della Siria con un’oretta scarsa di macchina. Perdi molto più tempo alle frontiere Libano-Siria, fra documenti, visti d’uscita, visti d’entrata e mazzette varie da elargire agli ufficiali, onde evitare di fare radici, che a stare in macchina a viaggiare. Mai visti due “vicini” tenersi così “lontani”. La no man’s land fra la frontiera libanese e quella siriana è notevole, saranno perlomeno una decina di chilometri, una lingua d’asfalto molto grande con intorno il niente. A parte i duty-free ovviamente.
Damasco è la città araba che chiunque di noi si può immaginare. I cartelloni pubblicitari sulla highway, prima ancora di arrivare ti fanno capire l’antifona: scritte solo in arabo, nessuna traccia di donne, faccia del Presidente Bashar al-Asad dappertutto. La sua e quella del padre Hafiz. La Siria non è una repubblica “coranica”. La maggior parte degli abitanti è però musulmana, come musulmano (anche qui da costituzione) deve essere il Presidente della Repubblica.
Il Presidente è presidente a vita. E’ lui a decidere chi gli succederà alla morte. Hafiz è morto nel 2000 e ha passato l’incombenza al figlio. Il Presidente ha poteri sterminati e in Siria, dal 1963, è in vigore la legge marziale. Un regime travestito da democrazia. Ah, dimenticavo un particolare mica da niente: Bashar è sciita, in un paese a maggioranza sunnita.
Damasco, dicevo, è proprio come te l’aspetti. Un labirinto di strade perpendicolari compongono un enorme e incredibile Suq coperto, al centro la Moschea degli Omayyadi, edificio grandissimo e sempre pieno di gente. Ma è il Suq a farti perdere la testa, l’intera giornata e perlomeno qualche centinaio di lire siriane. C’è di tutto e qualsiasi tipo di persona che ti possa venire in mente. L’uomo vestito da beduino, al centro della galleria, serve il caffè, mentre migliaia di persone gli passano affianco urtandolo e urtandoti. Carrelli lanciati a velocità esasperate da ragazzini che avranno sì e no 5 o 6 anni, ti passano a un centimetro, mentre gli uomini vendono, guardano, contrattano, pregano, in uno strepitio di voci e rumori, uno sull’altro fino ad annullarsi, in un caldo che ti taglia la gola.
Il tassista libanese è a suo agio. Sussurra l’inglese e può tradurre, consigliare, contrattare. E’ cortese e sciita: il primo aggettivo te lo lascia desumere, il secondo preferisce metterlo in chiaro da subito. Eravamo seduti nella moschea quando ci ha detto candidamente che noi siamo simpatici, ma impuri. Che tutti gli europei sono impuri. Lui non ha problemi, sia chiaro, con noi ci sta volentieri e si vede, ma non ci condivide. Ci racconta della nipote che studiava in Europa, di come è stato proprio lui a convincere il padre a farla tornare in Libano perchè stava prendendo una “brutta piega”, si diceva vestisse troppo all’occidentale.
Le donne a Damasco indossano praticamente tutte lo chador. Molte sono totalmente coperte, alcune anche sugli occhi. L’enorme velo le avvolge totalmente, fino ai piedi, tanto che a volte non riesci nemmeno a vedere le scarpe. Nessuno le guarda, girano solitamente fra di loro e se sono accompagnate da un uomo o è il marito o è il padre.
Ma nel ristorante due ragazze hanno il volto scoperto, ti guardano e sorridono. Poi, appena sollevi lo sguardo anche tu, distolgono il loro velocemente, per non far incrociare gli occhi, e allora gli scappa da ridere anche un po’ di più. Ed è in quell’esatto istante che pensi e speri che non c’è e non ci sarà mai nessuna religione che riuscirà fino in fondo ad annullare il bisogno di guardare degli uomini e delle donne.
Ci sarebbero migliaia di cose da raccontare su Damasco, migliaia di immagini estremamente fuggevoli che colpiscono i tuoi occhi e lasciano un segno. Ad essere sincero, alcune cose non restano nei ricordi, anche perchè non c’è niente da ricordare: sono solo sensazioni e se provi a spiegartele le perdi.
Mi piace l’idea di chiudere questa serie di post e questa enorme esperienza con l’immagine che mi è rimasta di Beirut e del poco che ho visto oltre essa, in questi giorni. E’ un’immagine complicata che ha centinaia di risvolti umani, hai difficoltà ad inquadrarla, ti resta confusa, sembra il Guernica di Picasso. Per capirla non devi mettere le cose al proprio posto, non serve, è una violenza. Devi solo guardarle in modo diverso.
Ci ho provato, è stato spesso difficile, ma non mi recrimino niente. Ho cercato di vivere tutto il più che ho potuto.
Habibi.






















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2 users responded in this post
e insomma hai riportato la pellaccia a casa eh..
non ho commenti se non una sentita “invidia” per l’esperienza fatta.,,ma ci tenevo ugualmente a lasciare una traccia su queste pagine anche se al momento del tuo ritorno ormai…
Penso che al di la di tutto si possa solo imparare da queste cose e dalla gente che si incontra. Guardare dall’altra parte dell’obiettivo aiuta a vedere le cose in modo diverso anche in casa propria, nel proprio orticello, nel proprio paese e soprattutto dentro se stessi.
Trovare un’angolazione diversa per guardarsi dentro…sono sicuro che anche questo hai imparato lì giù…
un abbraccio
a presto
Sandrino
“…non devi mettere le cose al proprio posto, non serve, è una violenza. Devi solo guardarle in modo diverso.”
E’esattamente così, sempre, comunque, dovunque e con chi chiunque.
Bentornato!
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