Capisco le rondini, finalmente. Capisco la fatica di chiudere bottega a un certo punto e sobbarcarsi l’onere e l’onore di andare da qualche altra parte, con tutte le difficoltà che comporta. E non è come fare un trasloco: lì cambia solo il luogo, il contesto in cui ti muovi facendo le stesse cose.
No, se migri no. Qui cambia tutto: il viaggio, il trasporto, e poi l’arrivo, la mancanza di punti di riferimento, la fatica nel ricrearli, ridefinire spazi, abitudini, concetti, attitudini. E’ tutto nuovo. Non è un cambiamento, è una piccola trasformazione.
E io le capisco le rondini, adesso.
Migro l’Ubuntu alla Rhel5. Migro il possibile con l’impossibile, il fatto con il da farsi, l’aperto con il chiuso, migro il tutto con il poco, migro una debian con una red hat. Che fatica…
Terzo giorno di migrazione e qualcosa ho capito: quello che ho visto è poco. Quello che vedrò non mi basterà. L’ottica commerciale è diversa da quella FSF (Free Software Foundation): diversi i nomi, i pacchetti, i files di conf, le istruzioni all’interno dei files di conf.
Posterò le attività, sul wiki e le linkerò qui. Racconterò un’avventura che sembra niente ma vale il mio buon nome qua dentro dove “qua dentro” è il “qua” dove lavoro e “dentro” l’ottica in cui sono costretto. Mi barcameno e voglio riuscire. Riesco probabilmente, riuscirò alla fine. Barcamenandomi, sull’orlo del burrone che chiamo migrazione.
Ciao
Daniele






















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